Il Pala Del Mauro si conferma un fortino inespugnabile e la Scandone Avellino continua a dettare legge. La decima vittoria consecutiva, maturata con il convincente 86-73 sulla Tiber Roma, non è soltanto un dato statistico, ma la certificazione di una squadra ormai pienamente consapevole dei propri mezzi, capace di gestire ritmo, pressione e momenti chiave con autorevolezza.

La formazione irpina, guidata da coach Dell’Imperio e ancora priva di Gay, risponde sul campo con solidità e profondità di rotazioni: quattro uomini in doppia cifra – Kmetic su tutti con 21 punti, affiancato da Ragusa (16), Cioppa (12) – raccontano di un sistema che funziona e distribuisce responsabilità offensive. Un successo che vale anche l’aggancio momentaneo alla vetta della classifica a quota 38 punti, segnale forte lanciato all’intero campionato.

L’approccio alla gara è subito intenso. Avellino parte con maggiore brillantezza, sfruttando la regia ordinata di Vitale e l’impatto immediato di Duranti. La Tiber Roma, tuttavia, non resta a guardare: Belmaggio, ben supportato da Delle Cave, guida la reazione capitolina mantenendo la gara in equilibrio. Il primo quarto si chiude sul 20-15, fotografia di una sfida viva e combattuta.

È nel secondo periodo che i biancoverdi provano a scavare il primo solco significativo. La tripla di Vitale e il contropiede di Kmetic valgono il +10, preludio a una fase in cui la Scandone alza il livello della propria pallacanestro. Donda e Ragusa colpiscono nel pitturato, mentre Cioppa accende il Pala Del Mauro con tre triple consecutive che spezzano l’inerzia. All’intervallo lungo il punteggio dice 48-37, con Avellino padrona del ritmo.

La ripresa si apre nel segno della continuità irpina, con il massimo vantaggio che arriva sul +15 grazie ancora a Vitale. Ma la Tiber dimostra carattere: alza l’intensità difensiva, pressa e trova in Algeri e Lentini le risorse per rientrare fino a dimezzare lo svantaggio. È il momento più delicato della partita, quello in cui emergono maturità e sangue freddo della Scandone: Stefanini in transizione, Ragusa in post basso e Kmetic con un canestro pesante respingono il tentativo di rimonta. Al 30’ il tabellone segna 62-54.

L’ultimo quarto è quello della gestione intelligente. Avellino piazza subito un parziale di 6-0 che indirizza definitivamente il match, con Kmetic e Ragusa ancora protagonisti. Da quel momento in poi, i biancoverdi controllano con lucidità, amministrando possessi e ritmo senza concedere spiragli concreti agli avversari. Iannicelli ha finalmente la possibilità di dimostrare il suo valore e accende il pubblico avellinese con una delle sue triple. Lentini prova a tenere viva la Tiber, ma il divario resta sotto controllo fino alla sirena.

Al termine della gara, la soddisfazione di coach Dell’Imperio riflette il momento della squadra:

La capacità di restare lucidi nei passaggi chiave, nonostante la fatica del turno infrasettimanale, è forse il segnale più evidente della crescita del gruppo.

Dieci vittorie consecutive non arrivano per caso. Arrivano da organizzazione, fiducia e identità. E soprattutto da una squadra che, giornata dopo giornata, continua a costruire qualcosa di più grande di una semplice striscia vincente.

L’altra faccia delle medaglia

Non basta vincere per cancellare alcune criticità che continuano a riaffiorare con preoccupante regolarità. Anche nella gara di ieri, la Scandone Avellino ha mostrato una difficoltà ormai evidente nel chiudere le partite quando riesce a costruire vantaggi significativi. Più volte avanti in doppia cifra, i biancoverdi hanno infatti consentito alla Tiber Roma di rientrare, riaprendo un match che sembrava già indirizzato. Un copione già visto troppe volte nel corso della stagione, segnale di cali di concentrazione e gestione non sempre lucida dei possessi nei momenti chiave.

A questo si aggiunge un altro elemento che merita attenzione: non tutti i singoli stanno rispondendo alle aspettative. Alcuni giocatori, arrivati con credenziali importanti, faticano a incidere con continuità e a giustificare il ruolo per cui erano stati chiamati. In un sistema che oggi funziona soprattutto grazie all’energia collettiva e alle prestazioni di pochi elementi in evidenza, diventa fondamentale ritrovare il contributo pieno dell’intero roster. Perché contro avversari di livello superiore, queste disattenzioni e queste assenze rischiano di avere un peso ben diverso.