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La vittoria della Coppa Italia è maggiorenne. E’ ora di mettere la “testa a fa bé“?

C’è una nuova categoria antropologica che meriterebbe uno studio sociologico serio: il tifoso abaco. Non segue la palla a spicchi, non respira il palazzetto, non conosce il sacrificio di chi tiene viva una società dopo un fallimento. No. Lui consulta faldoni. Pezzi di carta. Numeri di matricola. E con l’aria di chi ha appena scoperto una truffa internazionale proclama sui social: “Non è più la Scandone”.

Davvero? Tutto qui? Quasi ottanta anni di storia, una Coppa Italia vinta a Bologna — impresa epica scolpita nella memoria collettiva, ridotti a un timbro federale?

Il feticismo della matricola: quando il tifo diventa un atto amministrativo

Secondo questi puristi della cancelleria sportiva, la Scandone sarebbe “morta” perché dopo il fallimento ha perso il numero di matricola. Un ragionamento che trasforma lo sport nella motorizzazione civile: se cambia il numero di telaio, la macchina non è più quella che mi ha fatto fare centinaia di migliaia di chilometri in giro per l’Italia, quella i cui sedili hanno visto i miei primi approcci sentimentali, quella che mi ha portato in ospedale quando mia moglie stava per partorire e quella con cui mio figlio farà lezioni di guida.

Peccato che lo sport e il tifo non funzionino così. Le società sportive, soprattutto in Italia, sono entità vive che attraversano crisi, rinascite e trasformazioni. Se bastasse un numero a definire una squadra, allora più della metà del basket italiano dovrebbe essere considerato morto definitivamente.

Il problema non è la memoria storica: è l’ossessione sterile per la forma a scapito della sostanza. E sapete una cosa? Ci sta per alcuni che quella stagione l’hanno vissuta. Ci sta per gli ex OF o per parte di loro che considerano quel capitolo chiuso. Non siamo d’accordo ma ci sta. Li comprendiamo. In un determinato contesto avremmo anche potuto ragionare come loro. Anche loro sono parte della storia della Scandone. Rispetto per la scelta di sciogliersi, rispetto per ciò che hanno rappresentato, e rispetto anche per chi oggi crede che la Scandone non sia finita. Per i ragazzi avellinesi che indossano quella maglia a ogni allenamento e nelle gare, per i tifosi (fossero anche solo tre) che occupano le gradinate del Paladelmauro o dei palazzetti di periferia.

E poi ci sono ragazzi che 18 anni fa si e no stavano all’asilo nido e che quella storia l’hanno vissuta solo per sentito dire che giocano col sentimento collettivo di chi, invece, considera la Scandone una storia che non è mai finita, nonostante tutto quello che è successo. E si riempiono la bocca con commenti che sarebbero coltellate al cuore di chi purtroppo ora non c’è più. Rispetto che manca totalmente. Ma tant’è.

La Scandone di ieri e quella di oggi: continuità che va oltre la carta intestata

Chi sostiene che la Scandone di oggi non sia la stessa squadra di quella della Coppa Italia ignora volontariamente alcuni fatti evidenti:

  • La comunità: la Scandone è Avellino. È la gente che riempie il palazzetto, le famiglie, le generazioni cresciute con quei colori. Il tessuto sociale è lo stesso.
  • I colori e il simbolo: identità visiva e tradizione sono rimaste. Non è nata una squadra aliena, ma una rinascita.
  • La continuità emotiva: chi tifa davvero non cambia oggetto d’amore per una vicenda societaria. La passione non si cancella per una PEC o un fallimento decretato da un tribunale.
  • La missione sportiva: continuare a rappresentare Avellino nel basket. È esattamente ciò che faceva la Scandone allora ed è ciò che fa oggi.
  • La memoria condivisa: gli ottant’anni di storia, i successi, le sconfitte, quella Coppa Italia non sono certo carta bollata su cui discutere come se si fosse in un’aula dinanzi al giudice. È una narrazione collettiva che vive nei racconti, nei cori, nelle fotografie appese nei bar, nei “c’ero anche io” ma soprattutto nei “ci sarò finché vivrò”.

Dire che non sia la stessa squadra, significa ignorare deliberatamente cosa rende una società sportiva “sé stessa”.

Il lavoro di oggi: ricostruire dalle macerie

E qui entra in gioco chi oggi sta tenendo in piedi la Scandone, a partire dal presidente Trasente passando per gli sponsor. Perché è facile nutrirsi di ciò che è passato; molto meno facile è rimboccarsi le maniche quando restano solo macerie e scetticismo.

Criticare da fuori è gratis. Ricostruire richiede coraggio, soldi, tempo e una dose massiccia di orgoglio e amore per la città e per lo sport.

Chi disprezza ciò che si sta facendo oggi, spesso dimentica una cosa fondamentale: senza questa rinascita non ci sarebbe nemmeno un futuro su cui discutere. Non ci sarebbe una Scandone “diversa”. Non ci sarebbe proprio alcuna Scandone. Perché la Scandone è ciò che rappresenta, non un numero scritto nelle pieghe di un regolamento federale.

I tifosi e la nostalgia tossica

La verità scomoda è che alcuni tifosi preferiscono la nostalgia immobile alla realtà imperfetta. La Scandone dei ricordi è comoda: non perde partite, non affronta bilanci, non deve ripartire dalle categorie inferiori.

La Scandone di oggi, invece, chiede partecipazione. Pazienza. Sostegno. E questo, per chi si è abituato a vivere di rimpianti e sentenze, è uno sforzo eccessivo.

Così si rifugiano nel mantra della matricola: una scusa elegante per giustificare l’abbandono.

La vera identità non si riduce ad un numero

La Scandone non è un numero federale. È una storia, una comunità, una passione che attraversa le generazioni. È la stessa squadra che ha fatto piangere di gioia a Bologna diciotto anni fa perché rappresenta lo stesso cuore, gli stessi colori, la stessa città.

Chi riduce tutto a una matricola forse non ha mai capito cosa significhi tifare davvero. O forse lo ha dimenticato nel momento in cui ha deciso che amare una squadra vale solo quando tutto funziona.

La Scandone continua. Nonostante i fallimenti, nonostante gli scettici, nonostante i burocrati del tifo. E questo, piaccia o no agli ex tifosi con la calcolatrice in mano, è ciò che conta davvero.

Alle volte il silenzio è d’oro

Due righe su ciò che è uscito pochi giorni fa in merito alla mancata fusione tra le due società avellinesi. Anche qui col massimo rispetto (per quel che si può) delle parti in causa.

Sinceramente siamo stanchi di continuare a vedere Lombardi e Trasente che si rimbalzano le colpe come marito e moglie in una udienza per la separazione giudiziale dei coniugi. Rivangare il passato, rimpallandosi le responsabilità è una cosa stucchevole. Ma diciamo sul serio, mica per scherzo.

Se poi c’è chi, folgorato sulla via di Damasco, si appiattisce sulle presunte verità dell’uno o dell’altro come se dovesse dimostrare la propria fedeltà alla causa (perché c’è una causa?), scivoliamo decisamente sul piano del rendersi ridicoli.

Sapete quanto contano gli incontri passati tra Lombardi e Trasente? Zero. Perché continuare a parlarne se non per tenere le distanze? Chiacchiere e tabacchiera di legno, direbbe qualcuno. Scandone fino ad ora ha preferito il silenzio. Scelta di classe o voglia di rispondere con più calma non è dato sapere. Quello che è sotto gli occhi di tutti è invece palese. Non c’è alcuna voglia di pensare ad un futuro assieme. Perché per farlo bisognerebbe innanzitutto lasciarsi dietro tutte le meschinità in cui, siamo sicuri, ognuno dei due, essendo umani, sono purtroppo caduti.

L’Avellino degli appassionati di basket è il figlio conteso dinanzi al Re Salomone. Chi è la vera mamma non è ancora dato sapere. Oggi parteggiare per l’uno o per l’altro significherebbe vedere il bambino tagliato a metà. Ma se, intanto, la si smettesse di essere guelfi e ghibellini, partigiani e fascisti, fessi e intelligenti, sarebbe già un bel passo avanti.

E alla prossima domanda sulla fusione la risposta dovrebbe essere: “quado e se avremo novità ve lo faremo sapere”. E se le novità non ci saranno mai, ognuno di noi se ne farà una ragione. Penseremo di aver gettato alle ortiche un’occasione? Può essere. Ma quanto meno avremo la sensazione che non si stia discutendo tra criaturi ma tra persone adulte.