
Una notte che sembrava scritta, e invece…
La Stella Rossa rimonta con ferocia una partita che l’Olympiacos aveva tra le mani, imponendosi 91-80 in una Beogradska Arena ribollente e confermando la propria natura esplosiva, imprevedibile e pericolosissima nei finali. Per i greci è una sconfitta amara perché maturata dopo un vantaggio di dodici punti, in un match che sembrava abbondantemente indirizzato. Per i serbi è invece la conferma della solidità ritrovata, dell’atletismo dilagante e della capacità di ribaltare una partita con un’ondata emotiva e tecnica che poche squadre in Europa sono in grado di generare. Neppure la migliore versione stagionale di Sasha Vezenkov – 29 punti, 8 rimbalzi e un terzo quarto devastante – è bastata per salvare l’Olympiacos da una caduta fragorosa e difficilmente spiegabile con un solo elemento. Perché questa non è stata solo una partita persa: è stata una partita gettata, consegnata all’avversario nel momento in cui servivano lucidità, controllo e freddezza.
Primo tempo: errori, scosse e un equilibrio fragile
L’Olympiacos aveva iniziato il match con grande confusione, tradito da palle perse che hanno spalancato all’avversario la porta per canestri in transizione. Fournier ha messo ordine, Dorsey ha acceso l’attacco con qualche lampo, e i biancorossi sono riusciti ad andare all’intervallo con un minimo vantaggio, pur senza convincere davvero. La Stella Rossa era ancora imprecisa, poco fluida, frenata da una difesa greca che, fino a quel momento, aveva contenuto bene la situazione.
Il capolavoro del terzo quarto: Walkup e Vezenkov guidano la fuga
Il terzo periodo sembrava aver disegnato la svolta definitiva. Walkup ha difeso con una presenza feroce, impedendo a Miller-McIntyre di trovare ritmo , e guidando con voce e linguaggio del corpo un parziale energico. Vezenkov ha completato l’opera dominando ogni situazione: uscite dai blocchi, letture rapide, conclusioni pulite, aggressività a rimbalzo. Milutinov ha aggiunto fisicità e precisione, chiudendo attacchi ben costruiti. Il risultato è stato un 48-60 che non sembrava frutto di un momento, ma della superiorità manifesta dei greci. La Beogradska Arena era ammutolita: una sensazione rarissima.
La crepa invisibile che diventa voragine
Eppure, proprio nel momento di massimo controllo, l’Olympiacos ha iniziato a perdere la presa sul match. Prima qualche esitazione, poi una scelta affrettata, poi un rimbalzo lasciato lì, poi un errore nella costruzione. La Stella Rossa ha fiutato la debolezza e ha iniziato a salire di tono. Monéke ha imposto la sua fisicità, mentre Ojeleye ha colpito con precisione chirurgica dall’arco. Butler ha aggiunto velocità e intensità, parallelamente Graham ha reso più profonda la manovra offensiva. L’inerzia è cambiata lentamente ma in maniera irresistibile. Il 57-62 del trentesimo minuto era un segnale, ma non ancora una condanna. La condanna è arrivata nel giro di pochi minuti.
Il crollo: 43 punti subiti in quindici minuti, 32 nell’ultimo quarto
La quarta frazione ha mostrato la versione più vulnerabile dell’Olympiacos. Nel momento decisivo la Stella Rossa ha assaltato il match con un basket veloce, aggressivo, istintivo. I serbi hanno iniziato a segnare da ogni posizione. Avevano tirato 6/20 da tre nei primi 26 minuti, ma hanno chiuso con un irreale 9/15 nel quarto successivo, trasformando ogni possesso in un colpo diretto allo stomaco di una difesa che non trovava più riferimenti. L’Olympiacos ha provato a restare in piedi, tornando fino al -2 con i liberi di Vezenkov a 3:40 dal termine, ma era ormai una squadra svuotata. È proprio lì che è arrivata la stoccata definitiva. Una tripla di Miller-McIntyre che ha gelato i greci, seguita da un jumper dalla media che ha allargato il margine. In poco più di tre minuti ha segnato dieci punti, lui che fino a quel momento aveva zero canestri dal campo e cinque errori dall’arco. È stato il simbolo perfetto della metamorfosi della Stella Rossa e dell’impotenza dell’Olympiacos nel contenere un avversario in piena trance agonistica.
La chiusura serba: un quintetto “kamikaze” che ha cambiato la partita
Il momento chiave è arrivato quando la Stella Rossa ha scelto di schierare cinque esterni contemporaneamente, una sorta di formazione estrema che ha scombinato completamente la struttura difensiva dei greci. Ojeleye ha giocato da centro atipico, togliendo punti di riferimento a Milutinov. Monéke ha dominato a rimbalzo con un’infinità di piccole battaglie vinte. Gli esterni hanno iniziato a colpire con continuità. Kalinic ha seguito Vezenkov come un’ombra, mentre Graham e Butler hanno trovato triple pesanti. In aggiunta Nwora, tornato in campo nel finale, ha chiuso con l’autorità della sua miglior prestazione stagionale. Da lì l’Olympiacos non ha più avuto benzina. Fournier ha esaurito la spinta dopo un ottimo primo tempo, e Peters non ha mai trovato ritmo. Hall è rimasto fuori dal flusso del gioco, a causa dello small-ball avversario che gli ha tolto ogni riferimento, isolandolo tatticamente.
Bartzokas: autocritica e allarmi sul playmaking
Nel dopo partita Bartzokas ha spiegato che gli errori della sua squadra sono stati decisivi, che l’attacco è diventato impaziente, affrettato e privo di struttura proprio quando serviva maggiore calma. Ha riconosciuto che il playmaking è un problema serio – aggravato dall’assenza di Evans e dalla fragilità fisica di Ntilikina – e che la squadra è alla ricerca di un innesto, anche se non è facile trovare un giocatore pronto per questo livello nel mezzo della stagione. Ha parlato anche di Milutinov, del suo apporto, ma ha ricordato come i lunghi dipendano inevitabilmente dal lavoro degli esterni, un reparto oggi in grande difficoltà.
Vezenkov: “Dobbiamo capire perché crolliamo sempre nei secondi tempi”
Sasha Vezenkov, protagonista assoluto e allo stesso tempo testimone del crollo, ha analizzato la sconfitta con lucidità. Ha detto che concedere 54 punti nel secondo tempo rende quasi impossibile vincere, che fino al 25′ la squadra aveva controllato bene ritmo e pressione, ma che poi tre o quattro scelte sbagliate e canestri facili concessi in transizione hanno ribaltato completamente la partita. Inoltre, ha sottolineato che nel finale “i loro handler hanno deciso il match”, che questa situazione si ripete troppo spesso e che l’Olympiacos deve imparare dai propri errori, in modo da diventare una squadra più dura, più stabile e più continua. Infine, ha parlato dell’atmosfera, del legame tra le tifoserie e dell’impressione che dà sentir cantare cori simili in lingue diverse, ma anche della naturale spinta che il pubblico offre alla Stella Rossa, fattore decisivo nelle ultime folate della partita.
La fragilità strutturale e il mercato: un’Olympiacos in cerca di sé stesso
Il problema non è solo tecnico, ma mentale. L’Olympiacos è capace di mostrare un basket brillante, armonioso e intenso per venti o trenta minuti, salvo poi crollare nelle fasi decisive. La mancanza di un secondo creatore di gioco si sente, la fatica mentale si vede, e la sensazione è che la squadra stia vivendo un limbo identitario in cui ogni certezza dura troppo poco. Il calendario di dicembre sarà una prova durissima, e il margine d’errore è sottilissimo in una Eurolega che quest’anno è una guerra di equilibrio: tre squadre a 9-4, sei a 8 vittorie, due a 7. Nessuno riesce a prendere il largo, e ogni partita può cambiare il destino di una stagione.
Conclusione: una storia già vista, ma ancora correggibile
La Stella Rossa ha meritato la vittoria perché ha saputo leggere e sfruttare ogni spiraglio, ogni indecisione, ogni esitazione avversaria. L’Olympiacos ha invece mostrato ancora una volta la sua natura a due facce: capace di dominare e di smarrirsi, di costruire un vantaggio importante e di dissolverlo, di giocare un terzo quarto da favorita per le Final Four e un quarto periodo da squadra fragile. È un copione che si ripete, ma che non è irreversibile. Serve freschezza mentale, profondità, un playmaker con talento offensivo, ma serve soprattutto la consapevolezza che partite come quella di Belgrado non sono solo sconfitte: sono lezioni. Sta all’Olympiacos decidere se vorrà davvero impararle.