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Partiamo dalla considerazione più scontata. La corsa di Avellino Basket finisce contro una delle squadre più forti del campionato. In una stagione in cui l’obiettivo era salire in A1, obiettivo ampiamente ridimensionato nel corso della stagione, portare Bologna a gara 5 in un playoff è comunque un successo. Senza se e senza ma. Ovvio che poi, quando ci sei, ti ingolosisci e considerate le due ottime partite disputate al Del Mauro, molti ci hanno creduto.

Ma il sogno biancoverde si infrange contro la realtà più dura. La serie playoff si chiude con una sconfitta pesante, di quelle che lasciano scorie emozionali e nervose, soprattutto per il modo in cui Avellino è entrata in campo: senza energia, senza continuità e troppo spesso incapace di reggere l’urto fisico e mentale degli avversari. I numeri del tabellino parlano chiaro e certificano un divario apparso netto fin dall’inizio e per lunghi tratti della gara.

Caja sarà dal lato comunicativo il peggior allenatore del mondo, ma la difesa su Lewis fa la differenza. Mai in partita, l’asso biancoverde soffre i raddoppi e non è mai decisivo. Questo ovviamente si riflette sul gioco di tutti i compagni. Poi torna Moore e la differenza con Perkovic la notano tutti, commentatori compresi.

A condannare Avellino sono state soprattutto le percentuali al tiro, troppo basse per pensare di restare agganciati alla partita. Il dato dall’arco è stato impietoso, ma peggiore è stata la percentuale da due punti: pochi canestri e tante conclusioni costruite male o prese fuori ritmo. Sotto canestro i biancoverdi hanno sofferto, concedendo secondi possessi sanguinosi agli avversari e perdendo la battaglia a rimbalzo nei momenti decisivi del match. I lunghi irpini non sono riusciti a incidere né in protezione del ferro né nella lotta sotto le plance, dove l’intensità degli avversari ha fatto la differenza.

La scelta dei lunghi, è la cosa che meno riesce a perdonare la tifoseria avellinese a chi ha costruito la squadra.

Sul piano individuale, i giocatori biancoverdi hanno prodotto troppo poco rispetto alle attese. Lo stesso Blake Francis, autore di ottimi 24 punti, ha un modestissimo zero su quattro al tiro da due punti. Le principali bocche da fuoco hanno chiuso con percentuali modeste dal campo, pagando la pressione difensiva e una circolazione di palla spesso lenta e prevedibile. Anche il dato degli assist racconta una squadra poco fluida: pochi passaggi decisivi, tanti isolamenti e numerosi possessi chiusi allo scadere dei 24 secondi. Dall’altra parte, invece, gli avversari hanno trovato continuità offensiva, sfruttando meglio il contropiede e colpendo con regolarità sia da dentro l’area sia dall’arco.

La squadra irpina ha pagato ancora una volta le difficoltà difensive già emerse in alcune delle peggiori uscite stagionali. Basti ricordare i 101 punti incassati a Cento, i 98 concessi a Verona o il tracollo interno contro Brindisi terminato con un eloquente -23. Segnali che, col senno di poi, raccontavano una fragilità rimasta irrisolta fino al momento decisivo della stagione.

Eppure, nel corso dell’anno, Avellino aveva dimostrato di poter competere contro chiunque. Le vittorie contro Rieti, Cento e Urania Milano avevano acceso entusiasmo e aspettative importanti, trascinate spesso dalle prestazioni dei suoi uomini migliori.

Ma con Lewis imbragato nella difesa fortitudina, Mussini e Dell’Agnello infortunati, per Avellino Basket è stato un miracolo portare Bologna a gara 5.

Nei playoff, purtroppo, servono tanti fattori, persino un pizzico di fortuna. Serve durezza, lucidità e soprattutto capacità che vanno al di là del semplice gioco della pallacanestro. Ed è proprio qui che, inevitabilmente, si apre anche una riflessione extracampo. In una settimana già tesissima, alcune storie, ripubblicate sul profilo Instagram del club subito dopo la vittoria di gara 4, potevano tranquillamente essere evitate. Non perché abbiano spostato gli equilibri tecnici della serie (per carità), ma perché in momenti del genere ogni dettaglio pesa. Alcuni contenuti social hanno probabilmente finito per caricare ulteriormente la tensione, offrendo motivazioni extra agli avversari e contribuendo a rendere ancora più elettrico il clima attorno alla sfida.

Nel contempo, il pubblico avellinese, come sempre, ha fatto la propria parte. Ha seguito la squadra, ha spinto, ha creduto nella rimonta. Proprio per questo la delusione oggi è ancora più forte. Perché perdere può capitare, ma uscire con 30 punti presi senza praticamente mai entrare in partita è pesante da digerire.

Adesso toccherà alla società capire da dove ripartire. La base tecnica non manca, ma serviranno scelte lucide, una struttura ancora più solida e forse anche una comunicazione più attenta ad ogni dettaglio. Perché Avellino resta una piazza che vive di basket, che pretende rispetto e che lo dà, che ha identità e fame agonistica ma apprezza chi con l’identità e con la fame ha fatto la propria storia.

Quindi forza Avellino e in bocca al lupo alla Fortitudo Bologna!