
Sconfitta meritata per una Scandone brutta e con i soliti difetti, quegli stessi difetti che avevano portato l’esonero di Titto Carone e la rifondazione della squadra. Unica speranza di vincere affidata al tiro da tre. Quando non entra sono guai.
Tante cose che non vanno, persino prima di iniziare la partita.
Duranti è il più in forma ma sta soffrendo per una caviglia che gli dà noia da un po’ di tempo. Gara 1 la fa quasi tutta in panchina dopo un inizio travolgente. Si poteva portare il capitano Iannicelli in panchina e far rifiatare Duranti. Invece si “rischia” Bruno che ce la mette tutta ma fa una brutta prestazione e gioca solo poco più di 10 minuti.
Si continua a iniziare con Primoz seduto in panca. Poi gli si chiede di ricucire gli strappi. A meno che non sia una scelta del giocatore, sembra un suicidio.
Parentesi Flavio Gay: qui preferiamo far parlare altri, non noi…
Gioco. Quale gioco? Gioco non se ne vede. Ci affidiamo alle triple, non attacchiamo mai il ferro in velocità (quando lo facciamo è grazie a chi ci prova ma mai grazie a uno schema che crea i giusti spazi), tiri da due “facili” arrivano solo per la testardaggine spalle a canestro di Ragusa e poco altro. Per il resto non c’è uno schema uno che porti ad un semplice canestro. 20 secondi a palleggiare, passaggio e tiro da 8 metri. Almeno 8 volte nella partita. Come si chiama questo gioco? Non di certo pallacanestro. Forse basket al campetto di Valle. Forse.
Cantone che a 40 anni spiega basket mentre gli altri esterni arrancano o fanno tiro al bersaglio (vedi video di sopra) è la dimostrazione che l’intelligenza cestistica non si compra al bazar cinese di via Tagliamento.
Stefanini giocherà mai in NBA? No. Ma ci crede ed è un buon giocatore. Ci mette l’anima. Lui, Primoz e Cantone ricuciono il primo strappo di Messina.
I time out. Siamo in difficoltà, ci affidiamo solo alle triple che però non entrano. Dell’Imperio chiama il discrezionale. Minuto di sospensione, pennarello che scivola sulla tavoletta. Tutto chiaro? Ok. Palla a noi. Schema “perdiamo 20 secondi e tiro da 8 metri”. E parziale per loro. Uscita dal time out voto dieeeeesciiii, direbbe Borghese. E il problema non è Dell’Imperio come non lo era Carone. Il problema è che una squadra costruita in una determinata maniera ha bisogno di un tipo di allenatore coerente con la scelta dei giocatori. Altrimenti determinati elementi fanno come gli pare e non come devono.
Non è la prima volta che accade questo scempio, chiariamolo. E’ soltanto la prima volta che ne scriviamo in questa maniera. Perché c’è modo e modo di perdere. La Scandone esce sconfitta con 2 espulsi di Messina più un infortunato. Col loro pivot caricato di 4 falli e noi non in grado di attaccare il ferro. Perde facendo passare l’ultimo quarto con Messina a tirare liberi e a allungare, mentre noi che facciamo? Proviamo a vedere se il dio delle triple decida che è l’ora di farne entrare due consecutive. Ma stasera neppure quello è bastato.
Merito di Messina, sicuramente. Ha giocato la partita che tutti si aspettavano. Muscolare e di nervi. Con una squadra fatta con due spicci e una società che un giorno sì e l’altro pure fa appelli per provare ad iscriversi al campionato anche la prossima stagione, la Scandone, del mezzo milione speso e dei due allenatori cambiati, va a giocarsi le chances in gara 3. Sicuramente a portata di mano, per carità.
Oggi chi vuole bene alla Scandone parla chiaro. Non è questo il modo di affrontare una trasferta. Con tutta sincerità, qualcuno per pudore farebbe meglio a rimanere sullo scoglio di Cariddi, lato siculo dello stretto, oppure a tornare a nuoto, pensando allo spreco di carburante per scarrozzarlo da Avellino a Messina andata e ritorno.
Ora Gara 3. Cosà vorrà vedere il pubblico del Paladelmauro? Una vittoria senza se e senza ma, con una squadra che metta in campo orgoglio e la classe pagata a suon di bonifici dagli sponsor. Gli attributi, insomma, chi ce li ha li metta a disposizione della squadra e non solo di sé stesso. Dalla palla a due fino al quarantesimo minuto. Senza un attimo di respiro. In apnea fino all’ultima sirena. Da lupi e non da fenomeni del basket quali, sinceramente, non ne vediamo da un po’ sul parquet del Paladelmauro.