
Bisogna trattare con molta cura i ricordi. In modo particolare quelli dei bambini, sono i più delicati, i più preziosi. Sono trascorsi oltre 25 anni da quella sera. In compagnia di mio fratello e dei miei cugini, eravamo attaccati ad una radio giocattolo a forma di robot.
Era un po’ complicato decifrare le parole della telecronaca dell’ottimo Salvatore Miano. Avevamo da poco finito di cenare, allo Sporting Club, un ristorante di Candida, a pochi chilometri da Avellino.
Potrei chiudere gli occhi in questo preciso istante e sentire le voci di quella sera. La tensione e l’emozione di noi ragazzini da una parte. Le grida, i singhiozzi e il boato del pubblico trasmessi in diretta radio dall’altra. Se dovessi pensare al momento più bello della mia vita, non avrei dubbi: la sera del 25 Maggio del 2000.
Impossibile dire quante volte abbia rivisto il canestro di Claudio Capone. Posso dire, invece, di non aver mai visto quel video con il viso asciutto.
Dopo 25 anni e un fallimento, la Scandone si è ricostituita con una nuova società. Inutile dire che il vuoto lasciato e il dolore provato, hanno rubato il posto a quel miracolo sportivo avvenuto a Jesi.

Sarebbe utile, tuttavia, sottolineare il grande impegno della nuova società. L’organizzazione di un evento, per ricordare un momento clou della storia della Scandone. Un gesto assolutamente non scontato. Un’attenzione non banale.
Non posso negare, che ho avuto ed ho tutt’ora, enorme difficoltà a riallacciare e ritrovare l’entusiasmo. Ringrazio il presidente Marco Trasente che ha sempre trattato con grande sensibilità ed attenzione i ricordi di quel bambino. Sono stati i momenti più belli della mia infanzia e della mia gioventù: con mio nonno, mio fratello e i miei cugini.
Quei ricordi non li scambierei per niente al mondo, niente. Chi non ha una passione non può capire, chi non è appassionato vede solo un gioco dietro quella palla a spicchi. Grazie alla Scandone ed alla pallacanestro io rivedo le mani di mio nonno.
Potrei essere bendato e riconoscere dall’odore di trovarmi all’interno del PalaDelMauro. Sento il rumore dei tamburi, riconosco la sagoma del “Sergente” a bordo campo. Percepisco lo sguardo di Ciro Melillo, che ho avuto la fortuna di conoscere negli ultimi anni della sua vita.
Capisco chi non riesce a tornare al palazzo. Faccio fatica, invece, a capire chi inveisce e offende una proprietà che si sta impegnando a rispettare i nostri ricordi. Sarà emozionante partecipare, sempre e per sempre forza Scandone.
Gianmarco Abate