
Questa testata ha deciso di prendersi 24 ore per sedimentare ciò che è successo nel post partita di ieri, lasciando da parte l’ovvio rammarico per una partita che poteva essere facilmente portata a casa. L’aspetto sportivo, però, lascia spazio a ciò che mai avremmo voluto scrivere.
Cosa è successo dopo i 40 minuti di gioco?
La sirena è suonata, ma la partita non è affatto finita. Anzi, secondo la durissima denuncia del presidente della Scandone Avellino, Marco Trasente, il peggio si sarebbe consumato proprio dopo la sirena dell’ultimo quarto del derby al PalaMiwa. Non più sport, non più basket: «Episodi gravissimi e inaccettabili», così li definisce il numero uno biancoverde.
Trasente parla di «indignazione profonda» e di un post-gara che avrebbe superato «ogni limite di rispetto e buon senso». Tutto nasce – riferisce – dal semplice e ormai rituale saluto tra le squadre: l’assistant coach irpino Fabio Iannicelli, subentrato dopo l’espulsione di Carone, avrebbe fatto presente al capitano beneventano la poca opportunità di alcune esultanze plateali rivolte al settore ospite.
Un richiamo civile seppur forte nei toni, che però avrebbe acceso una miccia incontrollabile.
Il presidente racconta di un’aggressione fisica improvvisa: prima uno spintone, poi addirittura un calcio al petto sferrato – sempre secondo la versione avellinese – da un giocatore di Benevento in abiti civili e fuori lista. Un gesto che Trasente definisce «violento, inaccettabile» e «capace di provocare conseguenze molto gravi», visto che il suo assistente tecnico convive con problemi di salute delicati.
E non finirebbe qui. Trasente denuncia «aggressioni verbali, atteggiamenti intimidatori» da parte di persone non autorizzate a essere a bordo campo, oltre a «insulti e viltà» diretti anche a coach Carone.
«È stata superata una linea che nessuno può permettersi di oltrepassare», attacca il presidente, che pretende «rispetto per la Scandone e per i suoi tesserati».
Il messaggio è chiarissimo: Avellino non ha alcuna intenzione di archiviare l’episodio come un semplice momento di tensione.
«Chiederemo piena luce sull’accaduto — annuncia Trasente — e che chi ha sbagliato risponda delle proprie azioni nelle sedi opportune. Il derby deve essere una sfida accesa ma leale: quanto visto al PalaMiwa non ha nulla a che vedere con lo sport».
La difesa di Benevento
Il comunicato diffuso dalla Cestistica Benevento arriva puntuale. Educato nei toni, calibrato nel linguaggio, costruito per proiettare un’immagine di normalità. Ma, alla prova dei fatti, lascia enormi interrogativi irrisolti.
Primo nodo: la minimizzazione.
La società sannita sostiene che «non vi è stato un reale pericolo per l’incolumità», in contraddizione con quanto denunciato dalla Scandone, che parla di un colpo al petto a un membro dello staff con problemi di salute. Se la ricostruzione avellinese venisse confermata anche solo in parte, sarebbe difficile definire “non grave” l’accaduto.
Non basta dire «non ci sono stati feriti» per cancellare ciò che potrebbe essere accaduto: il fatto che “non sia successo il peggio” non può diventare un alibi.
Secondo nodo: il rovesciamento delle responsabilità.
La Cestistica cita «provocazioni» provenienti dallo staff irpino come causa primaria della tensione. Ma fare notare un’esultanza ritenuta irrispettosa è equiparabile a una reazione fisica?
Davvero vogliamo considerare sulla stessa scala – come fa Benevento – un gesto verbale e un calcio sferrato da chi nemmeno era in gara? Mettere sullo stesso piano una reazione verbale e un’aggressione fisica non è equilibrio: è relativismo comodo.
Terzo nodo: presenze in campo non chiarite.
La replica ribadisce l’assenza di pericoli, ma non spende una sola parola sul punto più delicato denunciato dalla Scandone: l’intervento fisico di persone non coinvolte nella partita. Possibile che il comunicato scelga proprio di non affrontare l’accusa più pesante? Se tutto era sotto controllo come si sostiene, chi ha raggiunto il parquet e con quale titolo?
Quarto nodo: la narrazione del “tempio dello sport”
Si insiste sul PalaMiwa come luogo “per famiglie e bambini”, quasi a voler certificare l’impossibilità di episodi oltre le righe. Ma l’immagine di un impianto accogliente non basta a smentire una singola serata degenerata: la storia dello sport, purtroppo, è piena di esempi contrari.
Quinto nodo: ciò che manca
Il comunicato non contiene:
- nessuna presa di distanza netta da eventuali comportamenti violenti accaduti
- nessuna menzione specifica di ciò che sarebbe successo tra Iannicelli e chi lo ha affrontato
- nessuna espressione di solidarietà verso chi si dichiara colpito
Nemmeno un semplice «se qualcuno ha commesso un gesto inaccettabile, ci scusiamo». Una mancanza che pesa, un poco mascherata da un «qualsiasi comportamento non conforme ai valori della Cestistica Benevento, da chiunque sia stato tenuto, sarà trattato con la massima serietà». E grazie al Signore.
Cioè, traducendo dal beneventano, se la Miwa visionerà delle immagini che accerteranno la responsabilità di un loro tesserato o un loro tifoso sono pronti a punirlo. Non capiamo. Qualcuno, invece, pensava di potergli fare un applauso? Non capiamo davvero. C’era bisogno di dirlo? No. C’era solo bisogno di scusarsi.
L’impressione è che la Cestistica Benevento abbia scelto la strada della diluizione delle responsabilità: se tutti sono colpevoli nessuno lo è davvero.
Ma l’idea di un derby ridotto a mera “narrativa esasperata” contrasta con la gravità dei fatti, che meritavano una risposta puntuale, non generica.
Stavolta non servono frasi eleganti e buone intenzioni: servono fatti, chiarimenti e, se necessario, assunzione diretta di responsabilità. Perché il basket resta uno sport bellissimo finché non ci si dimentica che al centro del gioco ci sono persone — e la loro sicurezza non è materia opinabile.