Rieti

Quello che è accaduto a Rieti è intollerabile, ignobile, da codice penale. Nessuna attenuante, nessun “sfogo del tifo”, nessuna passione mal interpretata: lo striscione apparso fuori dal palazzetto dopo le prime indagini è un atto criminale che nulla ha a che fare con il basket e con lo sport.

“Nascondetevi infami… sappiamo chi siete.”

È una minaccia vera e propria, rivolta con linguaggio mafioso e stile da branco. Non è folclore, è delinquenza pura. Un messaggio inquietante, vile, gettato nell’anonimato, che parla la lingua dell’odio, dell’intimidazione, della paura. Chi l’ha scritto non è un tifoso, ma un vigliacco travestito da ultras, che agisce come chi tenta di instaurare il terrore con lo squallore del ricatto morale e psicologico.

Il silenzio, in casi come questo, è complicità. Le istituzioni sportive, le società coinvolte, la federazione, la Lega, le autorità pubbliche devono intervenire subito. Non bastano condanne di facciata, i minuti di silenzio e il lutto al braccio: serve una denuncia, un’indagine, un’identificazione immediata di tutti i responsabili. Perché chi si permette di scrivere e firmare messaggi del genere va allontanato a vita dagli impianti sportivi.

Se si accetta che simili episodi passino sotto traccia, allora lo sport è già morto. E con esso l’educazione, il rispetto, la legalità. Questo non è più uno striscione: è un atto ostile e vergognoso contro persone, professionisti, famiglie. Ed è nostro dovere chiamarlo col suo nome: violenza.

Chi minaccia non è un tifoso. È un codardo pericoloso. E deve pagare. Punto.