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Prendiamo spunto dal comunicato di Avellino Basket relativo alla partita di domani, al percorso da fare e alle modalità di accesso al palazzetto di Caserta. Così delineiamo un discorso più ampio sul mondo dello sport e sulla pochezza di chi considera lo sport come fonte di sfogo delle proprie frustrazioni.

C’è qualcosa di profondamente sbagliato se, per assistere a una partita, un tifoso deve conoscere un itinerario stradale obbligatorio, raggiungere un casello autostradale prestabilito. E poi percorrere strade indicate dalla Questura, parcheggiare in un’area riservata, sottoporsi a controlli e accedere al palazzetto passando attraverso uno stadio di calcio per evitare contatti non coi tifosi ospiti (che sono cosa diversa e rispettabilissima) ma con gruppi ultras che nulla hanno a che fare con lo sport, basket o calcio che sia.

Il basket e la malattia autoimmune mutuata dal calcio

Il comunicato relativo alla trasferta di Avellino Basket a Caserta, in programma domenica 8 novembre, racconta molto più di una semplice disposizione di ordine pubblico. Racconta, soprattutto, lo stato di salute di uno sport che dovrebbe essere sinonimo di passione, partecipazione, spettacolo e aggregazione. Il basket, invece, si ritrova sempre più spesso a fare i conti con una realtà che nulla dovrebbe avere a che vedere con la pallacanestro. Il basket è diventato ostaggio degli ultras. Di quelli del calcio, certamente, ma anche di una parte del proprio mondo ultras.

Sia chiaro: la sicurezza viene prima di tutto. Nessuno mette in discussione il lavoro delle forze dell’ordine, né la necessità di prevenire episodi di violenza. Ma il problema è proprio questo: siamo arrivati al punto in cui una partita di basket deve essere gestita come un evento ad altissimo rischio, con tifosi ospiti accompagnati lungo un percorso obbligato e tenuti separati dal resto del mondo. E allora viene spontaneo chiedersi: come si è arrivati a questo punto? Perché una partita di pallacanestro deve ereditare le tensioni, le rivalità e soprattutto le problematiche di un modello di tifo che appartiene storicamente a un’altra disciplina?

Il basket non è il calcio?

Ha una cultura diversa, una dimensione diversa, un rapporto diverso con il pubblico. O almeno dovrebbe averlo. Per anni i palazzetti sono stati luoghi nei quali era possibile vivere una rivalità sportiva anche accesa, sostenere la propria squadra, cantare, provocare nei limiti della civiltà e poi tornare a casa. La passione non aveva bisogno di trasformarsi in una prova di forza. Pochissimi casi di violenza. Ma da un paio di decenni, invece, sembra che una parte del tifo organizzato abbia deciso di importare nel basket tutto il peggio della cultura ultras calcistica: la contrapposizione permanente, il territorio da difendere, il nemico da individuare, la trasferta da vivere come una dimostrazione di appartenenza e non come un’occasione per seguire la propria squadra. Ultimi esempi?

  • 2025 Morte di Raffaele Mariannella, autista del pullman dei tifosi di Pistoia, ucciso da un agguato al bus dopo una partita di A2 da parte di una banda di violenti di Rieti
  • 2025 alcuni carabinieri e agenti di polizia, impegnati nel servizio d’ordine alla partita di basket Roseto-Pesaro, sempre di A2, vengono aggrediti, dopo la partita, con spranghe e sassi al termine della gara da circa 30 persone incappucciate.
  • 2023 alcuni ultras di Treviso a volto coperto invasero il bus dei tifosi di Mestre prendendoli a bastonate.
  • 2017 a Treviso, i tifosi di casa aggredirono con lancio di mattoni, petardi e bottiglie il bus dei tifosi di Roseto, colpevoli d’essere gemellati con la nemica Fortitudo.
  • 2013 i tifosi di Pesaro subirono l’attacco al proprio bus a Bologna da parte di alcuni ultras Virtus che li colpirono con lancio di sassi e bottiglie: ferito un poliziotto.

E questi sono solo pochissimi esempi, neppure tra i più gravi, forse: basta una ricerca sul web per capire quanto siano frequenti questi episodi. E sorvoliamo intenzionalmente sull’agguato di marzo agli Only Wolves (i tifosi organizzati della Scandone) proprio davanti al palazzetto dove domani si disputerà il derby tra Avellino Basket e Caserta.

Sarebbe troppo facile fermarsi agli ultras del calcio

Il problema, come detto, riguarda anche il basket stesso. Perché non si può continuare a raccontare che la pallacanestro è vittima di un’invasione esterna quando, in alcuni casi, sono proprio determinati comportamenti del tifo cestistico ad alimentare un clima di tensione e di intimidazione. Chi pensa che la propria identità di tifoso si misuri attraverso la capacità di incutere timore, chi considera il settore ospiti un territorio nemico, chi confonde il sostegno alla squadra con lo scontro con l’avversario, contribuisce a distruggere esattamente ciò che dice di voler difendere.

E il risultato è sotto gli occhi di tutti: a pagare il prezzo sono i tifosi comuni. Le famiglie, i bambini, gli appassionati che vorrebbero semplicemente acquistare un biglietto, salire in macchina e raggiungere un palazzetto per assistere a una partita. Persone che non hanno alcuna intenzione di partecipare a una guerra tra fazioni, ma che finiscono comunque dentro un sistema di restrizioni pensato per gestire situazioni di potenziale pericolo.

È una sconfitta culturale prima ancora che sportiva.

Ogni volta che una trasferta diventa un problema di ordine pubblico, ogni volta che un palazzetto viene percepito come un luogo potenzialmente pericoloso, ogni volta che una famiglia decide di rinunciare a seguire la propria squadra per evitare complicazioni, il basket perde qualcosa. Perde pubblico, perde credibilità, perde quella dimensione popolare che dovrebbe essere uno dei suoi punti di forza.

E c’è un’altra responsabilità che non può essere ignorata: quella delle società sportive e delle istituzioni della pallacanestro. Non basta prendere le distanze dopo un episodio, non basta pubblicare comunicati di circostanza, non basta invocare il rispetto quando la situazione è ormai degenerata. Serve una presa di posizione chiara, condivisa e soprattutto concreta. Il tifo organizzato è una risorsa straordinaria quando sostiene, trascina e accompagna una squadra. Diventa un problema quando pretende di dettare le regole, condizionare l’ambiente e trasformare una partita in una questione di appartenenza e contrapposizione.

Non possiamo lamentarci della fuga del pubblico dai palazzetti e poi accettare che andare a vedere una partita diventi un’esperienza complicata, quasi militarizzata. Non possiamo parlare di minibasket, di famiglie, di giovani e di valori educativi, se poi il modello che offriamo sugli spalti è quello della contrapposizione e della paura.

La domanda, allora, è semplice: vogliamo palazzetti pieni di famiglie e appassionati o vogliamo palazzetti nei quali il tifoso comune si senta un ospite indesiderato? Perché il basket, così come il calcio, non ha bisogno di ultras che si comportano da padroni. Ha bisogno di tifosi, di passione, di rivalità sportive, di cori, di colori e di palazzetti rumorosi. Ha bisogno di gente che viva la propria squadra senza dover necessariamente odiare quella degli altri.

La pallacanestro deve tornare a essere libera. Libera dalla violenza, dalla prevaricazione, dalle logiche di appartenenza esasperate e da chi pensa che il proprio ruolo sugli spalti sia più importante dello sport stesso. Perché quando per andare a vedere una partita di basket serve un percorso obbligato, forse il problema non è soltanto la strada da percorrere. È la strada che questo sport ha imboccato.