
La sconfitta contro la San Giobbe evidenzia i limiti di una Scandone ancora alla ricerca della propria identità. La parziale rimonta del terzo quarto non basta a cancellare le difficoltà emerse nel corso della gara. Il tecnico biancoverde non cerca alibi e individua il problema principale: manca ancora un gruppo capace di giocare da squadra.
L’esordio casalingo in campionato si trasforma in una serata amara per la Scandone Avellino, battuta 71-80 dalla San Giobbe Chiusi al PalaDelMauro. Dopo il rinvio della trasferta contro la Virtus Roma, i biancoverdi attendevano la prima occasione ufficiale per misurarsi con il campionato e dare risposte sulle proprie ambizioni. La risposta del campo, invece, lascia più di un interrogativo, soprattutto per quanto riguarda la solidità del collettivo e la capacità di mantenere continuità nell’arco dei quaranta minuti.
La determinazione degli avversari e il nervosismo della Scandone
A fare la differenza non è soltanto il risultato finale, ma il modo in cui è maturato. Chiusi si è dimostrata una formazione più organizzata, capace di muovere bene il pallone, sfruttare le occasioni concesse dalla difesa irpina e trovare con continuità la via del canestro dalla lunga distanza. Le undici triple realizzate dagli ospiti raccontano una parte importante della partita, ma non spiegano da sole il successo toscano: a pesare sono state anche la maggiore lucidità nelle scelte e la capacità di gestire i momenti decisivi.
La Scandone, al contrario, ha alternato buone iniziative a passaggi a vuoto che hanno permesso agli avversari di prendere il controllo dell’incontro. Il secondo periodo ha rappresentato il momento più complicato, con Avellino incapace di trovare fluidità in attacco e costretta a inseguire fino al -14. Nella ripresa è arrivata una reazione importante, costruita sull’energia e sulla volontà di rientrare in partita. I biancoverdi hanno più volte ricucito lo strappo, arrivando anche a un solo possesso di distanza, senza però riuscire a completare la rimonta.
È proprio questa alternanza tra difficoltà e reazioni a rendere la prestazione particolarmente significativa. Il carattere mostrato nel tentativo di recupero è un elemento da cui ripartire, ma non può nascondere le lacune di una squadra che, nei momenti in cui sarebbe servita maggiore compattezza, ha faticato a trovare soluzioni condivise. I 13 punti di Vecerina e Frattoni, insieme agli 11 di Maresca e Verazzo, non sono bastati a compensare le difficoltà collettive.
Dell’Imperio non cerca alibi: «Il problema più grave è che non siamo ancora una squadra»
Le parole pronunciate da coach Ciro Dell’Imperio al termine della gara rappresentano probabilmente la fotografia più efficace della serata biancoverde. Il tecnico non si nasconde dietro gli episodi e non si limita a sottolineare gli errori tecnici. La sua analisi va al cuore del problema, individuando nella mancanza di una vera identità collettiva l’aspetto più preoccupante emerso contro Chiusi.
«Faccio innanzitutto i complimenti a Chiusi. Da parte nostra c’è stato un approccio negativo e un atteggiamento che non mi è piaciuto e che dovremo necessariamente rivedere», ha dichiarato l’allenatore, ammettendo apertamente le responsabilità della squadra e dello staff.
Il passaggio più significativo arriva quando Dell’Imperio indica la necessità di «diventare squadra nel minor tempo possibile». Un concetto che va oltre la semplice intesa tecnica tra giocatori. Essere una squadra significa riconoscere i momenti della partita, aiutarsi nelle difficoltà, condividere le responsabilità e trovare risposte comuni quando l’inerzia dell’incontro diventa sfavorevole. Aspetti che, contro la formazione toscana, sono mancati troppo spesso.
È questo il problema più grave che il tecnico ha avvertito nella serata del PalaDelMauro: non soltanto gli errori al tiro, le disattenzioni difensive o le difficoltà nel contenere il perimetro avversario, ma la sensazione che il gruppo debba ancora costruire quei meccanismi indispensabili per affrontare un campionato competitivo. La reazione nella ripresa dimostra che la Scandone possiede margini per rimettere in discussione le partite, ma rincorrere gli avversari non può diventare una costante.
Apprezzabile, in questo senso, la presa di responsabilità dell’allenatore: «Mi assumo pienamente la responsabilità della prestazione». Una dichiarazione che accompagna però un messaggio inequivocabile alla squadra: «Affrontando le partite in questo modo non possiamo andare lontano». Parole dure, ma coerenti con la necessità di intervenire subito, prima che le difficoltà iniziali si trasformino in un problema più strutturale.
Complimenti a Chiusi e al suo allenatore
Alla San Giobbe Chiusi vanno i complimenti per una vittoria meritata. La formazione toscana ha interpretato la gara con personalità, mostrando organizzazione, efficacia offensiva e sangue freddo nei frangenti in cui Avellino ha provato a riaprire il confronto. Anche quando la Scandone è tornata a contatto, gli ospiti hanno saputo trovare le giocate necessarie per difendere il vantaggio e portare a casa il risultato.
Un plauso particolare va anche a coach Di Lorenzo, capace di guidare la propria squadra con lucidità e di mantenerla dentro la partita nei momenti di maggiore pressione. Chiusi ha dimostrato di avere idee chiare e una struttura di gioco riconoscibile, qualità che hanno fatto la differenza al PalaDelMauro. Il successo toscano non nasce da una serata casualmente favorevole, ma da una prestazione solida, nella quale il collettivo ha saputo valorizzare le proprie caratteristiche.
Per la Scandone, invece, il tempo degli alibi è già finito. La stagione è appena cominciata e una sconfitta non può definire da sola il valore di una squadra, ma sarebbe un errore ignorare i segnali emersi. Servono lavoro, pazienza e soprattutto una rapida crescita sul piano della mentalità e dell’organizzazione.
La prossima settimana diventa così un passaggio importante per i biancoverdi, attesi domenica 11 ottobre dalla difficile trasferta contro la Ristopro Fabriano. L’obiettivo non sarà soltanto correggere gli errori commessi contro Chiusi, ma cominciare a costruire quell’identità collettiva che oggi manca.
Perché, prima ancora di trovare continuità nei risultati, la Scandone deve imparare a essere una squadra. E le parole di Dell’Imperio, in questo senso, suonano come un richiamo chiaro e necessario: il campionato è iniziato, il lavoro da fare è ancora tanto.