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Sul campo di Livorno è arrivata una sconfitta che sa di deja-vu: 82-77 per gli amaranto in una gara dove, come troppo spesso accade in questa stagione, Avellino ha provato a rimanere aggrappata alla partita, ha mostrato fiammate offensive e momenti di orgoglio, ma alla resa dei conti ha ceduto ai dettagli e alle solite difficoltà strutturali. Il tutto in pieno effetto cambio panchina, o almeno così doveva essere…

Perché se è vero, come accaduto nelle partite precedenti, che l’esonero di Buscaglia e l’arrivo di Di Carlo ha rappresentato un nuovo corso e una scossa vera alla stagione, è altrettanto evidente, guardando i numeri e il modo di interpretare le partite, che l’effetto sembra già del tutto evaporato. In fondo, guardando i tabellini delle ultime due partite, viene da chiedersi: cosa è realmente cambiato rispetto all’era Buscaglia?

La gara: il solito film già visto

Nonostante l’assenza di Chandler (problema muscolare), la partita di Livorno si è sviluppata nella maniera più simbolica possibile:

  • Avellino parte combattiva, prova a reagire…
  • …ma fatica a controllare i ritmi e concedere troppi tiri aperti agli avversari;
  • Nel momento chiave, non trova una marcia in più difensiva o tattica;
  • La rimonta c’è, eppure non si traduce mai in un’inversione reale del match.

Insomma, nonostante la direzione tecnica sia cambiata, lo stile di gioco, la gestione dei momenti critici e le lacune difensive sono rimaste le stesse. Una squadra che alterna buone prestazioni offensive a vuoti imbarazzanti in difesa, e che nelle fasi decisive delle partite continua a perdere equilibrio. Sono imbarazzanti i tre o quattro poster presi dalla difesa e non da Shaq, non da Fesenko ma da giocatori che semplicente sono più concentrati dei nostri ragazzi.

Un copione già visto

Il tabellino di squadra parla chiaro: Avellino tira con qualche buona percentuale da due (67% complessivo), regge nei rimbalzi e riesce a trovare soluzioni offensive anche nei momenti di difficoltà. Peccato però che queste buone note siano contaminate da deficit difensivi e una prevedibilità di gioco che a tratti non sembra minimamente scalfita dall’avvicendamento in panchina.

È lo stesso copione visto con Buscaglia: fiammate offensive, qualche talento individuale che si esprime a sprazzi, ma nessuna personalità difensiva, nessuna identità tattica chiara nei momenti in cui la squadra viene messa davvero sotto pressione. Se l’obiettivo di cambiare tecnico era dare una scossa alla mentalità, allora bisogna ammettere: la scossa è durata lo spazio di un mese.

È lecito quindi porsi la domanda: se non è cambiato il modo di difendere, la mentalità nei momenti decisivi o l’assetto di squadra, cosa è davvero cambiato in termini di identità? Perché guardare la partita di Livorno e rivedere schemi, dinamiche e debolezze di sempre non può fare piacere a nessun tifoso che sperava in una rivoluzione che nei fatti sembrava esserci stata ma che si è sciolta come neve al sole in solo 80 minuti.

C’è da migliorare nella mentalità

È frustrante: Avellino lotta, prova a rientrare, perde di poco. Ma la sensazione netta è che si tratti di un copione già visto, un’incompiuta che cambia nome in panchina ma non nella sostanza tecnica e caratteriale dei giocatori.

Se la società ha puntato sul cambio di guida tecnica per cambiare davvero qualcosa, allora è giunto il momento di domandarsi se non sia necessario un cambio di uomini, oltre che di allenatore. Perché al momento, a dispetto delle promesse, questa Avellino Basket sembra semplicemente aver preso un ottimo allenatore ma senza risolvere realmente i problemi più gravi che affliggevano la squadra.